L’UOMO, INESPERTO VIAGGIATORE DELLA SPIRALE
Brevi considerazioni sul Percorso Iniziatico – di Christian Del Pinto
“Alles ist nur Illusion und von mir erschaffen,Doch ich vermag ihr nicht zu entflieh’n,Bin in meinem eigenen Trugbild gefangen,Und meine armen Augen erkennen kein Ziel.Die Antwort kann niemals im Aussen sein,Sie liegt stets im Innern, schloft tief in mir drin,Doch welches Auge schaut hinein,Ich brauche ein neues Auge,Einen neuen Sinn.Die Zeit ist wie ein Ort und Gleichsam ein Zustand,Und ich bin darin, denn ich bin ihr Quell,Gefangen in meiner eigenen Schæpfung,Auf der verzweifelten Suche nach meinem wahren Selbst…1” (Anne Varney Cantodea – Sopor Aeternus)
1 “Tutto è un’illusione ed è creato da me / ma non posso sfuggirne / intrappolato nel mio miraggio / e i miei poveri occhi ala ricerca di un obiettivo. / La risposta non può mai essere all’esterno / è sempre all’interno, / fortezza inespugnabile dentro di me / ma l’occhio non vede in essa / ho bisogno di un nuovo occhio / un nuovo significato. / Il tempo è un luogo e uno stato allo stesso modo / ed io sono in esso, perché io sono la sua fonte / intrappolato nella mia stessa Creazione / in una disperata ricerca del mio vero Io …”.
Ogni Tradizione individua nell’Uomo una naturale propensione evolutiva che tende, in tempi variabili in generale sufficientemente lunghi (spesso molto più estesi di una singola esistenza), a migliorare alcune delle sue caratteristiche. La velocità di tale evoluzione non è predeterminata, ma dipende da quanto il singolo essere umano (o, secondo un’accezione più globale, il singolo essere vivente) riesce, con le proprie attitudini e capacità, ad orientare la propria vita secondo un disegno superiore, di cui non sempre si possiede consapevole coscienza. Gli antichi Filosofi greci, nel definire i loro Archetipi all’interno del Creato, sono stati i primi a fornire all’Uomo alcune indicazioni pratiche sulla direzione da seguire lungo il cammino della propria evoluzione: la rotta verso il Giusto, il Buono, il Bello. Più facile ad immaginarlo che a renderlo concreto, naturalmente.
Fondamentale, in questo processo, è il concetto di Lavoro, inteso nella sua più elevata e sottile accezione. Lavoro non solo visto come continua e reiterata azione finalizzata per costruire il “nuovo Sé”, ma anche come concretizzazione di una tensione interiore frutto di un atto cosciente: la Volontà. È, fondamentalmente, l’applicazione della propria Volontà che opera la Trasformazione. L’Uomo che – come avviene nell’Alchimia – si trasmuta in Filosofo è considerato il più elevato frutto del Lavoro, poiché la battaglia più importante è quella che si combatte contro la propria inerzia, contro la negativa stasi, contro la grave zavorra dell’intrinseca e contingente materialità. Come il Lavris di Teseo, l’ascia bipenne che protende la lama non solo verso l’esterno ma anche verso colui che la brandisce. La materia, solida e all’apparenza inamovibile, viene plasmata dalla Volontà. Dalla pietra grezza alla pietra lavorata, quindi. Ed è esattamente da questo punto che l’Uomo inizia – talvolta perfino in maniera inconsapevole! – il suo Cammino Iniziatico.
Non è un caso se, anticamente, alcune pratiche lavorative erano considerate, in maniera alquanto radicale, intrinsecamente permeate dal Mistero. Tra i molteplici esempi possibili si pensi, a palese conferma di quanto affermato, a quella del fabbro presso l’antica Roma, sacra a Vulcano e praticata, per sottile necessità, all’esterno delle mura della città. Ciò a causa della consapevolezza che le forze telluriche laboriosamente confinate, da tali artigiani, nel metallo durante la loro lavorazione, non potevano essere affrontate nei pressi di altri esseri viventi, in quanto tali energie erano ritenute, non solo a livello meramente materiale, difficilmente controllabili.

La biblica figura di Tubalkain, “Il Fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro (Genesi, Cap. IV, v. 23. )”, figlio di Lamech (il settantasette volte maledetto) e Zilla, apparteneva in maniera diretta – non a caso! – alla Stirpe di Caino. Per canalizzare le ctoniche forze della Natura, la semantica connotazione dell’Ur nordico (Seconda runa del Futhrak, uno dei più antichi alfabeti simbolici che si ricordino), l’irruenta forza primordiale, l’incontenibile Uther Pendragon della Saga Arthuriana, era necessario un uomo fuori dal comune, un canale libero e diretto con la Trascendenza, e quindi con i princìpi stessi della Natura.

Non a caso l’Ur nordico ha forma simile ad un Dolmen, imponente e ciclopica costruzione sacra appartenente alla più ancestrale memoria del Genere Umano, segno potente di stabilità e titanica costruzione rivolta verso l’Insondabilità Celeste, più recente soltanto rispetto al levigato altare (su cui la prima umanità consapevole di una Trascendenza tentava di coglierne i riflessi mediante i rituali sacrifici) ed fallico menhir (che attraverso il proprio protendersi verso l’arco celeste fa da monolitico tramite tra la Terra e l’Infinito). L’Ur viene quindi ad assumere il significato di un primordiale concetto di Ordine, estremamente diverso da quello successivamente concepito, legato ad una spesso incontrollata genesi. Esso è, per l’appunto, il Dolmen, meravigliosa struttura costituita da due pietre verticali sormontate da una orizzontale
– eccezionale sintesi, strutturale e semantica, di altare e menhir – rappresentante l’architettura primordiale, l’arco, il portale attraverso il quale l’Essere Umano si affaccia sul Mondo, il varco costituito dagli elementi riconosciuti come i primi e rudimentali ordinamenti del primigenio caos che permea l’Universo appena creato: non solo il primo tentativo dell’Uomo di elevarsi al di sopra del mondo terreno ma, contemporaneamente, la sua prima reale protezione.
Esso non è semplicemente un Altare più elevato da cui si officiano olocausti, ma la soglia attraverso la quale si acquisisce Consapevolezza. È forse un caso che anche la prima grande città della Storia sia ricordata con il nome di Ur? L’Ur è quindi il primo passo verso la Civiltà, la prima conquista dell’Uomo Libero, che abbandona le caverne della superstizione abbattendo le barriere della propria ignoranza, elevandosi al Cielo fino quasi a toccare con mano le proprie Divinità, riconoscendo una loro parte all’interno della propria Essenza: un essere vivente purificato in quanto uscito indenne dai terribili flutti dell’inviolabile Caos. Esso è l’inizio dell’Opera, il primo grande e difficile passo mosso in direzione del Progresso più elevato: quello per l’intero Genere Umano, realizzato in totale armonia con la naturale evoluzione dei Cosmi e non di certo per mero e personale tornaconto, poiché chi opera sull’Uomo, opera per l’Uomo.
Il semplice e fortuito varco, temporaneo accesso verso ciò che è intangibile, viene quindi edificato – e, conseguentemente, stabilizzato – al fine di poter reiterare il passaggio attraverso di esso sia per il costruttore che per coloro che lo seguiranno. Un mirabile – e ben tangibile! – esempio è la soglia di Libuše eternata nella struttura meravigliosamente sottile ed elevatamente simbolica della città di Praga (il cui nome, per l’appunto, vuol dire “soglia” dal boemo antico “praha”).
Libuše in ceco; in tedesco Libussa o Libuscha è la leggendaria fondatrice della dinastia Přemyslide e principessa del Popolo Ceco che, secondo la leggenda, fondò Praga nel 730. Figlia del mitico condottiero ceco Krok, fu da questo designata a succedergli in quanto più saggia – seppur più giovane – delle sue due sorelle, la guaritrice Kazi e la maga Teta. La figura mitica di Libuše fu ispirazione per parecchie opere drammatiche, inclusa la tragedia Libussa di Franz Grillparzer e un’opera di Bedřich Smetana.
Non più un precario accesso, ma un’ordinata struttura frutto di Ragione e Volontà, desiderata e pensata ben prima di essere resa concreta.

Uno dei punti nodali del percorso iniziatico è il Desiderio, visto come stimolo ancestrale teso al progredire, come il non accontentarsi dell’illusoria realtà generata da vacue ombre proiettate sul fondo di una caverna, come la naturale entropica tendenza all’andare oltre scostando il pesante velo di Maia. È in virtù del proprio desiderio che l’Uomo, mediante atto volontario, inizia il suo incerto viaggio lungo un percorso a spirale, tutt’altro che confinato nel piano della propria limitata e contingente esistenza. Nel già citato Futhrak norreno, la runa Ur è preceduta dalla runa Feoh, rappresentante (anche graficamente, non solo a livello semantico) il mitico ponte del Bifrost (altrimenti noto come “Ponte dell’Arcobaleno”, di cui si parla nell’Edda Poetica – Grímnismál, stanza 44 e Fáfnismál, stanza 15), che collega il mondo degli Uomini (Midgard) a quello delle Divinità (Æsgard). Tale mito sottolinea un’importante evidenza: il limitato sapere della quotidiana esistenza è tutt’altro che separato dall’eterna ed assoluta Conoscenza. Tra i due mondi esiste un ponte stabile negli spazi e nei tempi, seppur difficile da percorrere poiché per i comuni sensi fugace ed impalpabile. Un ponte che conduce dall’altra parte solo chi è fermamente deciso a percorrerlo, avendo fiducia nelle proprie capacità e nella propria superiore Natura, a seguito di una presa di coscienza di un’esistenza tutt’altro che esclusivamente materiale.

La sintesi cromatica dell’Arcobaleno sottende due precise semantiche (che possono essere simbolicamente ricondotte ad una sola ma che si preferisce in tale sede far rimanere distinte): quella della luce bianca come composizione dei vari colori dello spettro del visibile e quella della completezza della sua struttura nelle diverse frequenze spettrali che la compongono.
Il bianco, in innumerevoli culture, è considerato il colore dell’innocenza e della purezza, il foglio vergine su cui vergare – tramite un vero e proprio Atto di Creazione – il poema della propria esistenza, o della propria “nuova” esistenza. Per tale motivo il bianco è generalmente il colore associato all’Iniziazione: dal Sacramento cattolico della Prima Comunione al Giglio simbolico nei Rituali Cavallereschi.
Il bianco che è sintesi dei sette colori dello spettro del visibile, ognuno ben distinto nel suo intervallo proprio di frequenze, ognuno ricollegabile ad uno degli stati di vibrazione della Costituzione Settenaria dell’essere umano (Della Costituzione Settenaria si è dettagliatamente discorso nel lavoro “Il Simbolo nel contesto tradizionale ed attuale” di Christian del Pinto, pubblicato nel “Sanctorum Quattuor Coronatorum Tabularia A. MMXII E.V.” – pag. 79, Ed. Acadèmia, Bologna, 2012).
Soltanto la coscienza dell’esistenza di ognuno di tali distinte vibrazioni rende l’uomo completo e consapevole. Dall’apparente diversità delle differenti cromie alla luminosa unità del bianco che esse stesse, in maniera splendidamente armoniosa, compongono: solo in tal modo il Ponte dell’Arcobaleno è pronto ad essere attraversato.
Il percorso verso la Conoscenza non è lineare: esso è ciclico, pur non ripetendosi in maniera esatta. Ricalcando i bracci delle galassie, parte dall’esterno con velocità elevatissima per giungere, nell’immobile stasi di un eterno presente, al nucleo pulsante e definitivo dell’Assoluto. La sua meta è la Consapevolezza, l’Atmàn, il Sutra del Diamante. La contemplazione della scintilla divina che ogni creatura custodisce gelosamente, troppo spesso in maniera inconsapevole, al di sotto delle gravi coltri di ossa e tessuti della propria materialità. Il Triangolo che sormonta il Quadrato ha in un unico, definito, punto il suo ultimo termine.

La moderna Cosmologia ha ripreso, molto probabilmente in maniera non del tutto consapevole, uno dei concetti tradizionali più importanti: quello riguardante la scintilla divina presente in ogni essere umano. I modelli cosmologici indicano l’idrogeno e l’elio (con percentuali di deuterio e trizio) gli unici elementi formati a seguito del Big Bang che ha dato origine all’Universo. Ciò vuol dire che tutti gli elementi chimici più pesanti sono stati generati non dal Big Bang ma dalle reazioni termonucleari nelle stelle. In tale senso, anche senza coinvolgere aspetti spirituali e trascendenti, la stessa fisicità degli esseri viventi proviene, in maniera diretta, da quegli astri irraggiungibili che l’immaginario antico vedeva come Divinità. La scintilla divina in ogni Uomo è presente e la naturale evoluzione dell’essere umano conduce al raggiungimento della Consapevolezza della sua esistenza mediante un opportuno percorso.
Procedendo lungo la Spirale, l’incerto viaggiatore più di una volta si trova a passare per quella che una mente distratta tenderebbe a considerare un’esperienza già vissuta. Ma la Spirale non è una semplice circonferenza, e per quanto si tenda a passare nei pressi di un punto già percorso, non lo si calpesta nuovamente. La vicinanza ad un’esperienza precedentemente vissuta la fa rivivere con occhi differenti, poiché non può e non potrà essere banalmente la stessa. Non a caso in Geometria il passo di una spirale è denominato “Ragione”.
In quest’ottica, il procedere lungo la Spirale assume un valore iniziatico, una marcia rituale, una danza (come scrive Louis Charpentier nel suo volume “Il Mistero della Cattedrale di Chartes” -Arcana Editrice, 1972, pag. 229-230, già richiamato nell’articolo “La Simbologia del Labirinto” di Christian del Pinto, pubblicato nel numero 2 – anno III – agosto 2007 – della rivista “Acadèmia” pag. 28-31).
Un cammino ciclico ma non periodico, in quanto vi è intrinsecamente sottesa un’evoluzione. Un percorso duplice in quanto non solo diretto dal bordo verso il centro (focalizzazione, presa di coscienza) ma anche dal centro verso il bordo (espansione, concretizzazione), in cui ogni direzione di ciò che è intorno viene irrimediabilmente coinvolta. Una nuova Iniziazione riverbera nell’Universo intero, poiché le sue conseguenze non riguardano solo il diretto interessato ma l’intera collettività umana. È questo il senso della Spirale.
In questo modo, il Drago d’Albione (ovvero Uther Pendragon, padre di re Artù) genera colui che la Spada estrae, e che, tempo dopo, fa in modo di ristabilire quel contatto con l’Arché che ormai aveva perso vigore.
Nell’ambito tradizionale è il Filosofo, colui che nella Natura è immerso, a dispensare un giusto consiglio. In questo modo, l’apprendista scalpellino vive e lavora attingendo alla sapienza del proprio Maestro, contribuendo, ad ogni singolo colpo di martello, alla costruzione di un Tempio che non vedrà mai ultimato – poiché non ha fine – ma in cui ogni pietra trasuda del proprio lavoro. In questo modo, l’Uomo riconosce sé stesso come Creazione Divina, reclamando nell’Universo quel posto che per sua Natura gli è stato da sempre riservato.
Il suono, meraviglioso e terribile, del primo colpo di maglietto risuona ancora oggi nella vastità dei Cosmi.
E l’Arte rispecchia l’Assoluto, che altrimenti non potrebbe essere contemplato da occhio mortale. E non v’è – né vi può essere – stirpe d’Eletti, poiché non v’è – né vi può essere – differenza alcuna tra Uomo e Uomo.
L’Opera è portata avanti dall’Uomo Libero, poiché è stato un Uomo Libero ad averla iniziata: solo così la megalitica struttura del Dolmen, la Porta che non può essere chiusa, potrà giungere a confondersi con la Volta Celeste. E il tempo diviene solo un illusorio relativismo, poiché nell’Uomo altro non v’è che Eternità. Cadde la Torre di Babele, segno della potenza di pochi, ma i Menhir di Carnac, vestigia del desiderio di conoscenza di un Popolo, segnano ancora oggi il susseguirsi delle stagioni.
Non furono indistinti uomini ad iniziare l’Opera della loro evoluzione, ma la Volontà che attraverso essi ebbe sempiterna e mirabile Espressione.
La risposta non può mai essere all’esterno. È sempre all’interno. In un’inespugnabile fortezza dentro noi stessi. Ma i nostri occhi non riescono a scorgere al di là delle sue mura. Abbiamo bisogno di occhi nuovi.
Con passo inesperto, iniziamo il Viaggio.
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Christian del Pinto, Dottore in Fisica, Dottore di Ricerca in Sismologia, Geofisico, Sismologo, Vulcanologo. Attualmente in forze presso il Centro Funzionale dell’Agenzia Regionale di Protezione Civile del Molise come Responsabile della Rete di Monitoraggio Sismico a Scala Regionale, realizzata su suo progetto. Ha ottenuto per l’Anno Accademico 2012-2013 l’insegnamento integrativo di “Elementi di pericolosità sismica” nel Corso di “Fondamenti di dinamica e costruzioni in zona sismica”, presso la Facoltà di Ingegneria Civile dell’Università degli Studi del Molise. Autore, al di là dell’ambito sismico, di lavori riguardanti l’Araldica, la Genealogia e le Discipline Antropologiche, è stato Cultore della Materia per l’Insegnamento di “Semiotica ed Analisi del Linguaggio” del Corso di Laurea in Scienze dell’Investigazione (Facoltà di Scienze della Formazione) dell’Università degli Studi di L’Aquila, per il quale ha tenuto lezioni nell’ambito della Simbologia e della Tradizione.





